Questa raccolta include alcune delle tradizioni scanesi del passato cadute in disuso (ovvero "I giochi antichi", "L'abito tradizionale" e "Il funerale") e diverse fonti riguardanti la messa in pratica di tradizioni che in maniera più limitata vengono tramandate ancora ai giorni nostri (ovvero "Il canto a cuncordu" e "La poesia").
IL CANTO A CUNCORDU
La tradizione del canto a "cuncordu" è particolarmente radicata a Scano, accompagna e scandisce i ritmi del vivere comunitario, dai momenti di festa e di svago alle celebrazioni liturgiche. Nel 1837 l'abate Vittorio Angius ci descrive la festa di Sant'Antioco con belle e colorite immagini. In particolare, il religioso, parla della "carola", ovvero del ballo tondo associato ai suoni delle sillabe nonsense e gutturali del coro di area barbaricina.
"Le feste principali sono tre: per la Vergine di Tutti i Santi, alla quale è un mediocre concorso dai vicini villaggi, per San Costantino Regolo di Torre (addì 12 settembre), e per Sant'Antioco, martire sulcitano. Nella vigilia della festa di Sant'Antioco, che cade nel lunedì dopo la seconda domenica di Pasqua, il suo simulacro viene trasportato nella anzidetta chiesa rurale con il religioso accompagnamento del clero e del popolo, scortati dalla cavalleria del paese, alla quale precede la bandiera del Santo. Gran gente concorre nel giorno seguente, altri per sciogliersi dai voti, altri per divertimento, altri per far mercato. Il canto suona in tutte parti, e nei siti piani ed erbosi si attende alla carola. In altri tempi era permesso pernottarvi, e le allegrezze duravano per tutte le ore; poi per certi disordini fu saggiamente proibito. Terminati i divini uffici e il pranzo, si riporta il simulacro nella parrocchiale con la stessa pompa, e dove era tanta frequenza e gioia ritorna a regnare la solitudine e il silenzio".
LA POESIA
La poesia era elemento essenziale nella vita degli scanesi e non era riservata, come accade oggi, solo alle gare poetiche sui palchi per le feste civili e religiose o a pochi appassionati che partecipano ai vari concorsi di poesia organizzati nei paesi. Al contrario, era usata quotidianamente nei suoi vari metri (ottava, sestina, trintasese etc) per avvenimenti importanti e per esprimere sentimenti profondi, ma anche per eventi semplici della vita quotidiana. Essa trovava espressione comunitaria nelle gare poetiche che si organizzavano ad improvvisazione, tra un bicchiere e l'altro, nelle cantine ("sos comasinos") e nel canto con accompagnamento musicale, fatto nelle serenate sotto i balconi dai giovanotti per le ragazze: "E in terra rugia chie b' at essere?". Ci si scambiava e si componevano versi in ogni occasione: per esprimere dolore in "sos atitidos" (vedi "Il funerale" qui sotto), per esprimere cordoglio per la morte prematura di un amico, per ironizzare sulle scarse capacità lavorative di un paesano, per salutare un parente, per richiedere oggetti prestati e non riavuti indietro, per celebrare le bellezze archeologiche del territorio, la ricorrenza della spillatura del vino novello, per dare consigli sul consumo oculato del vino stesso, per salutare l'arrivo del nuovo parroco ed esprimere i sentimenti di una fede profonda, per manifestare scetticismo rivolto ad avvenimenti scientifici che sconvolgevano consolidate certezze o, infine, per esprimere un campanilismo spesso acrimonioso verso i paesi vicini.
Una raccolta di antichi giochi praticati dai bambini in "sas carrelas", le piazze e le vie del paese:
A muscone - Consisteva in un gioco di gruppo: la persona scelta appoggiava una mano sul proprio volto e una sotto la spalla. Uno del gruppo, standogli dietro, dava un colpo alla mano posta sotto la spalla. Dal momento che la persona colpita doveva indovinare da chi aveva ricevuto il colpo, tutto il gruppo iniziava a girargli attorno, e con l'indice sollevato imitavano il moscone. Nel caso in cui il protagonista avesse indovinato la persona che l'aveva colpito, i ruoli si scambiavano. In caso contrario, egli sarebbe dovuto rimanere al proprio posto, sino a che non avesse indicato (nei turni seguenti) la persona giusta.
Garigi - Per giocare a questo gioco era necessario utilizzare "sas laddarasa", ovvero delle palline in vetro o in terracotta, fatte appositamente per l'occasione. Veniva scavato un buco nella terra, e lo scopo del gioco era quello di tirare le palline all'interno del buco: chi riusciva in tale scopo, guadagnava tre punti. La mano passava poi all'avversario: se questo avesse tirato la pallina a tre palmi dall'altra, avrebbe guadagnato tre punti. Il gioco terminava una volta che si arrivava a totalizzare 21 punti in totale e, ovviamente, vinceva chi ne aveva totalizzato di più.
Sa murra - Questo gioco si praticava in gruppi di 4 o 2 persone. La partita veniva (e viene, tuttora) disputata alternatamente a coppie di 2 persone che, partendo con il pugno chiuso, estraggono un numero superiore rispetto a quello indicato con le dita della mano. Il numero massimo della murra era 10. Una volta estratti i numeri, si sommava il numero delle dita fuori dal pugno, e vinceva colui il cui numero era identico a quello della somma delle dita. Tuttavia, questo gioco era generalmente vietato, dal momento che era considerato pericoloso, poiché molto spesso queste partite degeneravano poi in vere e proprie risse. Tuttavia, ci sono alcuni giocatori molto abili, e che riescono a indovinare abilmente il numero che verrà estratto dall'avversario, cosa considerata di grande prestigio tra i giocatori, e un qualcosa di cui andare fieri. Al giorno d'oggi, questo gioco viene ancora praticato specialmente in occasione delle festività, generalmente da ragazzi abbastanza "maturi", e che generalmente sono maggiormente legati a quelle tradizioni che meglio esprimono la "sardità" della nostra comunità.
Sa bàttida - Uno dei tanti giochi che si praticavano in passato era "sa bàttida". Questo gioco consisteva nel prendere una monetina e lanciarla contro il muro con tutta la propria forza. Poi la stessa persona rilanciava un'altra monetina cercando di farla cadere a un palmo di distanza dall'altra; chi riusciva a toccare le due monetine con le dita vinceva la partita e tutte le altre monetine che c'erano in terra, e chi non riusciva perdeva le proprie.
Sa baldofula - Un passatempo divertente era la trottola, detta "sa baldofula". Il gioco, praticato da più persone, iniziava disegnando un cerchio sul terreno detto "'su parottu" e mettendovi una trottola dentro. Questa trottola era facile da costruire, infatti ogni ragazzo se la costruiva da sé con il legno d'ulivo, in quanto questo più resistente. Per fabbricarla si prendeva un tronco lungo più o meno 6-7 centimetri e di larghezza 4-5 centimetri. Con un coltello gli si faceva la punta, dove si infilava una vite. Sulla trottola così ottenuta si arrotolava un laccio in pelle ("corria"), la cui estremità veniva passata tra l'anulare e il mignolo. Lanciando la trottola capovolta, il laccio in pelle si slegava e la trottola girava. Gli esperti del gioco riuscivano a "piscare", cioè a farla girare sulla mano, a farla salire sul braccio e girare sull'unghia. Il gioco poc'anzi accennato consisteva nel colpire ("binzicorrare") la trottola per farla uscire dal cerchio. Chi riusciva nel compito vinceva e quindi poteva far mettere a un altro partecipante la propria trottola nel cerchio. Se invece non riusciva, perdeva e doveva mettere la sua trottola. Chi non se la sentiva di tirare diceva al più bravo giocatore così: "Dami manu mia franchèo", ossia chiedeva se potesse tirare al posto suo. Durante il gioco, la trottola che era dentro il cerchio, a seconda delle posizioni che prendeva, aveva un nome: se la trottola si inclinava da una parte si chiamava "pila".
Ispropriare - Questo gioco si svolgeva solitamente in un terreno morbido. I giocatori iniziavano con il fare un cerchio sul terreno, dividendolo in parti uguali. Si doveva essere muniti di un coltello o di qualcosa di simile, con lo scopo di lanciarlo nel campo avversario. Se questo rimaneva infilzato nel terreno, l'avversario doveva cedere un pezzo del suo terreno al vincitore, che aveva diritto a un altro tiro.
Serattu, serattu - "Serattu, serattu in domo de su attu, in domo de su mere serattu mi chere", ripetevano i bambini nei pilastri della piazza di San Nicolò. Il gioco consisteva nel rubare il posto l'uno all'altro. Si giocava in cinque con uno che rimaneva fuori e doveva riuscire a prendere il posto agli avversari, mentre questi ultimi se li scambiavano a vicenda.
Sa turre - Era un gioco pericoloso nel quale si richiedeva una certa disponibilità di forza fisica. Esso si svolgeva così: i giocatori potevano essere un minimo di 21, o quanti se ne voleva. Per primi si disponevano in piedi i ragazzi più robusti, e sopra di questi (ugualmente in piedi) se ne disponevano altri, sempre in numero minore, fino ad averne uno in punta alla torre. Lo scopo era rimanere così per più tempo, fino a quando qualcuno non avrebbe ceduto.
Sedda murra - Questo gioco, come del resto tutti gli altri, si svolgeva durante le feste popolari in campagna. Si giocava in otto e ci si divideva in due squadre. Dopo il sorteggio, una delle due squadre si metteva a "sedda", cioè gli uni abbracciati agli altri con le teste unite insieme, il più possibile con la schiena inclinata verso avanti. L'altra squadra mandava un suo giocatore a saltare in groppa a un avversario; prima di saltare però pronunciava questa frase: "Sedda murra..." e aggiungeva il nome dell'avversario sopra il quale doveva saltare. Dopo che tutti i compagni saltavano senza sbagliare, si rincominciava allo stesso modo e sempre con la stessa squadra. Ma attenzione! Perché una volta che il giocatore saltava a sedda, doveva riuscire a scendere aggrappandosi alle gambe degli avversari, facendo una semi-capriola senza mollare la presa.
Buttones - Un altro gioco praticato fin dall'antichità a Scano era il gioco dei bottoni o meglio: "a buttones". Il gioco si presentava nel seguente modo: si disegnava una griglia per terra e dentro vi erano posti dei bottoni numerati . Si lanciava da lontano una pietra verso il quadrato, e se il lanciatore avesse preso il bottone con il numero 5 (centrale) veniva premiato con altrettanti bottoni.
Luna monta - Questo gioco consisteva nel saltare il compagno che stava piegato a terra: se quello che saltava toccava il compagno che stava a terra, allora avveniva uno scambio. Quello che saltava andava sotto e quello che era sotto andava sopra e così via. Chi stava sotto aveva la facoltà di abbassarsi o sollevarsi, stando attento a fare in modo che chi saltava cadesse dall'altra parte in determinate posizioni prestabilite (a gambe incrociate, a braccia incrociate, etc...). Il primo saltatore contava e gli altri ripetevano la stessa sua frase: "Luna monta, due monta il bue, tre la figlia del re, quattro particolare, cinque incrociatore, sei in crocetto, sette speronette, otto gigiotto; nove il bue, dieci un piatto di ceci, undici per mezz'ora, dodici tutta l'ora, tredici fazzoletto".
Sos chilcos - Un altro gioco divertente era quello de "sos chilcos". I bambini di solito rubavano dai padri i cerchi delle botti, poi ci agganciavano un ferro e partivano correndo, facendo molto rumore.
Sos caddos de canna - Non avendo giochi a disposizione, i bambini si divertivano a costruirseli da sé, come ad esempio "sos caddos de canna", consistenti in canne di un metro circa. Queste venivano messe tra le gambe (come quando si cavalca un vero cavallo) e si facevano le gare. Un altro esempio è il carro costruito con "ferula" a cui venivano attaccati dei buoi fatti con lo stesso materiale.
S'iscradiadolzu - S'iscradiadolzu consisteva nel fare una pista in una discesa ripida: si prendeva la metà di una foglia di fichi d'India, la cui parte interna (molto scivolosa) appoggiava in terra, e sopra quest'ultima si metteva una tavola di legno, solitamente un pezzo di tronco di fico d'India dove i bambini si sedevano e partivano scivolando lungo la discesa. Questo gioco era divertente ma quasi tutte le volte si rompevano i pantaloni.
Sa filligada - A questo gioco si poteva giocare solo nel periodo delle castagne, quando appunto si andava a cercarle. Si raccoglievano un bel po' di castagne e si mettevano per terra. Ci si faceva il fuoco sopra, e quando le castagne erano pronte, si spegneva il fuoco e sopra si mettevano delle felci. A questo punto ogni concorrente doveva mangiare più castagne possibili tenendo in testa una pietra. Se ad un concorrente cadeva la pietra veniva squalificato.
Sas ispillas - Le bambine giocavano molto a "sas ispillas" (le spille). Il gioco si svolgeva così: in un cesto molto grande chiamato "pischedda 'e 'uddire" (che veniva utilizzato per lavare i panni con la lisciva), si mettevano le spille con sopra la crusca, si mischiava il tutto e se ne dava un po' a ciascuno. Dopo che ognuno toglieva la spilla dalla propria crusca, due concorrenti mettevano le spille su un piano o per terra e ciascuna, soffiando la propria, cercava di metterle una sopra l'altra, a croce; chi ci riusciva prendeva tutte e due le spille, consegnandone una per continuare il gioco; vinceva chi riusciva a ottenere tutte le spille.
Sa puppia - Sa "puppia" era la bambola che allora le bambine, non avendo altri mezzi, si facevano con vecchi stracci. Per fare il corpo (escluse le braccia), si arrotolava uno straccio e, per non srotolarsi, si cuciva. La testa era compresa nel corpo costituita dalla parte superiore un po' arrotolata fissata sempre con cucitura. Gli occhi erano cuciti con filo bianco, il naso che si trovava al centro era un puntino nero, la bocca invece era fatta con del filo rosso e i capelli con fili di grano cuciti. Le braccia erano costituite da un unico straccio arrotolato, cucito a croce sull'altro che fungeva da corpo.
Tirone - Questo era un gioco di società praticato all'aperto, si tracciava una scacchiera e si tirava un coccio con un piede (tenendo l'altro piede sollevato). Se questo si fermava sul rigo che delimitava una casella, la casella successiva diventava proprietà dell'avversario. Il gioco così diventava più difficile poiché al gioco successivo bisognava saltare quella casella.
Cua cua - Cua cua era un gioco femminile, comune anche tra i ragazzi. Un giocatore si doveva mettere contro il muro con la faccia coperta per non vedere e contava, mentre gli altri si nascondevano. Quando finiva di contare diceva: "Tres trese chie non este cuadu chi si cuede" e doveva cercare dove gli altri si erano nascosti e, se trovava qualcuno, doveva correre prima dell'avversario per toccare il muro dove prima aveva contato, dicendo "tres trese". Se egli arrivava prima dell'avversario doveva contare questo, se invece arrivava primo l'avversario doveva ricontare il primo.
Su giogu de sos olzos - Questo era un gioco che veniva svolto la notte di Capodanno per aspettare la mezzanotte, ma anche per scoprire se due persone si volessero bene. Per svolgere questo gioco serviva una ciotola d'acqua e due semi d'orzo. Con un dito si faceva girare l'acqua, ove si buttava l'orzo, di modo che questo galleggiasse e che girasse in mezzo ad un turbine. Ad ogni seme d'orzo si dava un nome con l'intento di lasciarlo girare per un po' di tempo. Quando uno dei due si fermava da una parte, se l'altro seme l'avesse raggiunto fermandosi di fianco a lui, significava che le due persone si volevano bene, se invece l'altro avesse continuato a girare e si sarebbe fermato dall'altra parte o comunque lontano, le due persone non si volevano bene.
Anche Scano porta nella sua tradizione un vestiario tipico, utilizzato nel periodo precedente alla globalizzazione. Oggi giorno quest'abito viene sfoggiato da chi ancora lo possiede nelle processioni e nelle manifestazioni dal gruppo folk "Montiferru".
Tessuti e materiali
Anche i tessuti venivano lavorati in loco, poiché non esisteva un'esportazione o un'importazione dei suddetti. I materiali conosciuti e utilizzati erano il lino (abbondantemente coltivato nei terreni di Scano), la lana delle pecore del proprio allevamento (da cui si ricava l'orbace tramite vari processi di filatura) e le stesse pelli degli animali.
L'orbace è chiamato "fresi" ed è un tessuto di lana lavorato artigianalmente nei telai del luogo dalle donne, conosciuto sin dall'epoca nuragica. I bronzetti ritrovati in altre zone della Sardegna infatti ritraggono capi tribù, guerrieri, oranti con tuniche di lana, in alcune delle quali è addirittura possibile vedere il caratteristico disegno del tessuto a spina di pesce. L'orbace è il tessuto da cui si ricavano i cappotti ("sos cobanos") per ripararsi dalla pioggia in campagna, abiti da uomo e gonne da donna oltre che le coperte per i letti.
Il lino subiva un lungo processo di lavorazione prima di poter ottenere la fibra adatta ad essere tessuta. Se ne ricavavano lenzuola, tovagliati, coprifasce e camicine per i piccini, calzoni e camicie per gli uomini e camicie per le donne.
Le pelli degli ovini e dei bovini, dopo la conciatura, avevano ugualmente una molteplicità di usi: quella di vitello si adoperava per tappeti scendiletto, per ricavarne le scarpe dei bambini e "po sa este", quella di bue e di vacca veniva utilizzata per gli scarponi da uomo ("sas bottas" - "sos bottinos" - "sos cambales") e "po sos seddazzos", quella del montone si usava come coprimaterasso nei letti e nelle culle dei bambini, e per confezionare "sos cobanos longos" di pastori. In un periodo tardo vennero importate nuove stoffe e utilizzate per il vestiario: panno, velluto, cotone e seta. Vediamo ora le classificazioni degli abiti quotidiani per sesso e fascia d'età.
Abiti dei neonati
Alla nascita i bambini erano coperti con panni preparati dalla mamma in lino o cotone ("sos munteddos"). Indossavano camicini e cuffietta, coprifasce di lana, calzini di lino o lana, venivano avvolti con una fascia che serviva da protezione per la schiena e che immobilizzava anche le gambe, onde evitare diventassero storte. Il bambino veniva mantenuto così fino al sesto mese di vita.
Abiti delle donne
Generalmente le donne avevano due vestiti: uno usato per il matrimonio, le domeniche e i giorni di festa, che andava conservato gelosamente per essere indossato dopo la morte ("s'istire 'e sa molte"), e un altro abbastanza ordinario usato per tutta la settimana. Del primitivo costume scanese non si ha traccia: non si è conservato né se ne ha alcuna riproduzione. L'unica ricostruzione rinvenuta è quella del settimanale "Il Buonumore" del 1878 che così lo descrive: "La struttura e la linea pressoché identiche quelle del costume di Ghilarza. Qualche piccola differenza si nota nel busto per altro anch'esso di broccato azzurro decorato a fiori blu e bordato di rosso che è sensibilmente più aperto davanti, sì che, a stringerlo, interviene una larga allacciatura di nastro blu, orizzontalmente disposta tra le due alette. La gonna, di foggia identica a quella di Ghilarza, è di orbace marrone e orlata con un sottile nastro di seta grigia. Il grembiule, di colore verdino chiaro decorato a motivi floreali più scuri, è delle stesse dimensioni e forma di quello di Ghilarza. Sul capo, un unico fazzoletto di color lilla, operato a fiorami e frangiato. È piegato a triangolo e dei tre lembi uno cade sulle spalle, un altro tra omero e petto e il terzo è riportato sul capo. I preziosi sono pochi: cerchietti d'oro agli orecchi, una collana al collo e i tradizionali gioielli alla scollatura della camicia". Nessuna famiglia a Scano conserva questo tipo di abito. Se ne conosce invece un altro che probabilmente fu l'evoluzione del precedente ed era di utilizzo quotidiano. In suddetto abito però, il tessuto iniziava ad essere importato e non più prodotto artigianalmente. La gonna è scura color marrone con fiori piccoli o disegni neri bordati di marron-nero in tela ed è arricciata; la camicia è bianca in cotone, lunga fino ai piedi, aperta davanti e tenuta chiusa al collo da una coppia di gemelli in filigrana d'oro, le maniche larghe e strette di polsi. Sopra si trovava un corpetto ("s'imbustu") colorato in broccato o in raso tenuto stretto e allacciato davanti con stringhe o nastri ("cordones") infilati in occhielli, chiamati "traos". Sulla gonna ("bunnedda") si porta un grembiule ("falda") in seta, arricciato davanti e legato dietro, con sfondo di colore violetto-lilla tempestato di fiori neri. Sulla testa stava un fazzoletto di seta o di cotone di vari colori ma generalmente marrone, lilla o bianco. Poteva avere dei richiami floreali e andava rigorosamente tenuto piegato a triangolo con un lembo dietro e due davanti, ripiegati sulla testa per non essere d'intralcio ai lavori quotidiani, generalmente domestici. Diversamente, questi due lembi scendono liberi davanti (a "mancaloru ispaltu"). Questo tipo di costume probabilmente era identico sia per i giorni festivi che per i feriali.
Solo verso la fine del 1800 si ha l'introduzione di un nuovo abito femminile completamente differente dal precedente: è tutto nero, in lana, costituito da una gonna lunga ma meno larga della precedente; "unu zippone", ossia un corpetto a maniche lunghe prolungato fino alla vita, più corto dietro (da cui si può intravedere la camicia bianca) e allungato davanti, dove ha l'allacciatura. Copre inoltre tutto il petto e si chiude a girocollo. Non ha alcuna decorazione, ma è lavorato minuziosamente nelle maniche e nel davanti: il tessuto è tutto ripreso a pieghettine quasi invisibili nelle maniche strettissime, fuorché nel gomito dove ha un'ampia buffa. La stessa lavorazione è nel davanti fino all'altezza del petto e sopra di esso. Con quest'abito, che era probabilmente adibito per il matrimonio o per le feste, le donne mettevano un ampio velo bianco di tulle.
Nel XX secolo questo costume verrà nuovamente sostituito. Costituito ugualmente da gonna e da corpetto a doppio petto finemente lavorato e ricamato, era tutto di seta o nero, color chiaro o marron. Come copricapo veniva utilizzato il velo di tulle o un fazzoletto bianco di seta. A partire dai primi decenni del Novecento il costume è andato via via scomparendo. Sino a qualche tempo fa le donne anziane indossavano un vestito nero, costituito da un corpetto in tela e da due gonne, di cui una ripiegata sul capo e usata come scialle. Ancora oggi le donne di una certa età vestono di scuro e portano lo scialle.
Abiti degli uomini
Anche gli uomini avevano generalmente due costumi, uno giornaliero e l'altro per le feste e le ricorrenze: matrimoni, funerali, etc. Questi erano costituiti da dei pantaloni bianchi e ampi di lino lavorati al telaio ("sas ragas"), che venivano fermati dal ginocchio in giù da "sos bestiales", ovvero una sorta di gambali in orbace nero o in pelle di cane. Altro elemento del costume maschile era la camicia di lino, bianca e "a collarittu", su cui si indossava un corpetto detto "zippone", a maniche lunghe, a doppio petto nero e con un'abbottonatura laterale. Probabilmente in origine era anch'esso in orbace, poi in panno o velluto. Dal corpetto fuoriusciva solo il collo della camicia, detto "su collarittu". Alla vita, tra "su zippone" e "sas ragas", si metteva "sa roda", un gonnellino in orbace nero e arricciato, con attaccata nella parte posteriore una striscia (anch'essa in orbace), detta "sa latranga", che veniva fatta passare tra le gambe e allacciata sul davanti. Sul corpetto veniva indossato "su cappotto", una giacca con cappuccio sempre in orbace o panno, spesso con le maniche in velluto, che poteva anche avere sull'attaccatura delle maniche una guarnizione di frange (in questo caso era detto "cappotto de cuideras" ed era utilizzato per le occasioni). "Su cappotto" poteva essere sostituito, soprattutto in estate, da "sa este", un gilet in pelle di vitello rossa, letteralmente "beste de pedd'e itellu", o d'agnello, detta "beste de pedd'e anzone".
Anche l'abito maschile, come quello femminile, subì con il tempo delle trasformazioni, soprattutto dopo la Prima Guerra Mondiale. Scomparvero i calzoni "a ragas", sostituiti da pantaloni in panno o velluto nero. Furono introdotti anche pantaloni in panno azzurro ("calzones de pannu murru"), che venivano indossati soprattutto per il matrimonio, probabilmente importati da giovani che rientravano dal servizio militare. Il costume, via via sostituito nell'uso da abiti comuni, si è conservato comunque a Scano fino a pochi anni fa, quando sono scomparsi gli ultimi anziani che lo indossavano.
Vediamo adesso le varie denominazioni degli abiti, con relativa traduzione in italiano:
Abbigliamento attuale in generale (maschile e femminile):
-) Su berretto = il berretto
-) Su colpette = il corpetto
-) Sas calzas = le calze
-) Sos calzoni = i pantaloni
-) Sa camisa = la camicia
-) Sa canottiera = la canottiera
-) Su cappotto = il cappotto
-) Sa giacchetta = la giacca
-) Su golfo = il maglione
-) Sos guantes = i guanti
-) S'iscelpa = la sciarpa
-) Sas iscrappas = le scarpe
-) Sa maglia = la maglia
-) Sas mudandas =le mutande
-) Sas mudandas de fundu = mutandoni da uomo
-) Su mancaloru = il fazzoletto
-) Sas pezzas de peses = pezze da piedi per uomini
-) Sa suttana = la sottoveste
Abbigliamento maschile scanese antico
-)Sa berritta = la berretta
-) Sas bottas = mezzi stivali
-) Sa chintolza = alla cintura
-) Sa cobbanella = cappotto corto con cappuccio
-) Su cobbanu de fresi = mantello lungo in orbace
-) Sa este de pedde de anzone = corpetto di pelle d'agnello
-) Sa este de pedde itellu = corpetto di pelle di vitello
-) Su entone = la camicia
-) Su entone a collarittu = camicia con colletto
-) Sas pezzas de pes = pezze da piedi
-) Su berrittolu = berretto
-) Sas ragas = calzoni sotto il ginocchio
-) Sa roda = gonnellino nero
-) Su zippone = il corsetto
Abbigliamento femminile scanese
-) Sos bottinos = gli scarponi
-) Sas calzas = le calze
-) Sa camisa = la camicia
-) Su dossu = la sottogonna
-) Sa falda = il grembiule
-) S'imbustu = il busto
-) S'isciallu = lo scialle
-) Sas iscrappas = le scarpe
-) Su mancaloru = il fazzoletto
-) Su mancaloru ispaltu = il fazzoletto steso sulle spalle
-) Sa 'unnedda = la gonna
-) Su zippone = il corsetto
Il rito luttuoso del funerale (qua inserito come tradizione poiché pieno di ricorrenze tramandate da generazioni remote) nel nostro paese, è accompagnato da molte usanze. Quando una persona sta per morire, si controlla che questa abbia "foltilesas" (oggetti sacri), perché si pensa che, se ha croci, medagliette raffiguranti dei Santi o altri oggetti sacri, non possa morire bene e che lo stato di agonia possa diventare troppo lungo e penoso. Quando qualcuno muore, la notte stessa si fa la veglia pregando. Addirittura i parenti del morto iniziano il Rosario in suo suffragio, mettendoglielo poi fra le mani perché continui a recitarlo insieme a loro. Si usa vestire i defunti con abiti nuovi anche se anticamente si indossavano gli abiti del matrimonio. Se il defunto era un prete, veniva vestito con i paramenti della Messa, se invece era soldato, carabiniere o militare veniva vestito con la divisa, se era socio di una confraternita ne indossava l'abito. È inoltre consuetudine legare i piedi per far stare dritto il cadavere e mettere sotto il letto del defunto un catino d'acqua con dentro la chiave di casa perché il morto non si gonfi (ovviamente si fa riferimento ad antiche credenze). Se il defunto appartiene ad un'associazione, essa viene avvertita della sua morte in modo tale che tutti i membri vadano a porgergli l'ultimo saluto nella sua abitazione, per poi accompagnarlo al funerale. Prima del funerale si avvertono le confraternite che, assieme al prete, vanno a casa del morto per prelevarlo e portarlo in chiesa. Prima di chiudere la bara si riuniscono attorno tutti i parenti, e anticamente si mettevano dentro le cose a cui era più affezionato. Se il defunto era una madre morta durante il parto, nella bara venivano messi ago, filo, ditale, forbici, ecc., di modo che potesse completare il corredo del neonato. Si slegavano i lacci delle scarpe perché il morto non poteva portare con sé alcun nodo. Mentre il defunto era ancora in casa si faceva "s'attitidu", cioè canti di disperazione in cui si celebravano anche le sue nobili azioni e le sue qualità. C'erano delle persone esperte in quest'arte che dovevano essere presenti anche al momento in cui si chiudeva la bara. Quando il morto veniva portato fuori di casa, se si trattava di un giovane non sposato, la gente buttava sulla bara grano come se uscisse per sposarsi. Quando giunge in chiesa, la bara viene posta di fronte all'altare e vengono accesi quattro ceri. Per il funerale dei bambini che non avevano compiuto sei anni, i preti portavano i paramenti bianchi, mentre per quelli che avevano più di sei anni, ossia avevano raggiunto l'età della ragione, si usavano i paramenti viola. Esistevano anche, "sas accabadoras" che a Scano non erano delle persone addette a "finire il moribondo" come in altri paesi, ma delle donne esperte che, quando una persona moriva, dicevano preghiere per lei. Se moriva un bambino bastava un "'Gloria al Padre"' perché, essendo ancora piccolo, non aveva peccato; per i grandi veniva avvisato il prete per compiere l'estrema unzione. Il lutto veniva portato da parenti stretti, dai figli per i genitori e da fratelli e sorelle per tre anni, dai cugini solo per un anno, dalla moglie invece per tutta la vita. I vedovi portavano un bottone nero o una strisciolina sulla giacca. "Su mesu luttu" consisteva nel vestirsi con abiti a fondo nero con puntini o disegnini bianchi. Si portava per parenti lontani oppure quando si alleggeriva il lutto. Si usava "su muncaloru paldu" (ossia marrone) per due o tre mesi. Quando morivano bambini che non avevano raggiunto l'età della ragione non si portava lutto. Durante il primo anno di lutto, tutte le settimane, si dava l'elemosina alle persone più povere. C'era chi dava la pasta da cuocere, c'era chi la dava già cotta. Questa elemosina era detta "sa chena" e a seconda dei componenti della famiglia se ne dava una quantità adeguata. Le persone che la ricevevano andavano ogni lunedì a Messa e la ascoltavano per i parenti della persona che dava l'elemosina. Per sostituire "sa chena" si celebrano le Messe gregoriane per trenta giorni consecutivi. Il prete, dopo aver dato l'estrema unzione, raccomandava l'anima del morto a Dio. Quando stava per esalare l'ultimo respiro, si accendeva una candela con la quale "si sinnaidi" (si faceva il segno della croce sul morto) e poi la candela rimaneva accesa fino a che non si consumava. Se una persona moriva di giorno si andava in chiesa ad avvertire il prete perché facesse "su toccu passau" (ossia "il rintocco funebre"), mentre se moriva di notte un familiare andava all'Oratorio di San Nicolò a suonare la campana. Se moriva improvvisamente senza aver potuto ricevere l'estrema unzione, i parenti si preoccupavano della salvezza della sua anima: portavano un cero acceso o "una lampana" nel giorno di Venerdì Santo a San Nicolò e lo posavano accanto a Gesù Crocifisso. Era necessario però che fosse la prima ad essere accesa, perché solo in questo modo si credeva che l'anima del morto potesse avere la certezza di salire in Paradiso. Quando i confratelli erano pronti, a San Nicolò si faceva "su toccu 'e rughe" per chiudere la bara. Se in casa c'erano molti bambini o comunque c'era troppa gente e lo spazio era poco, il morto veniva portato nella camera mortuaria e andavano a "lu tentare" (cioè vegliare per custodire il cadavere) gli uomini assieme al becchino.
S'atitidu
S'atitidu era parte integrante del rito funebre e consisteva in canti, nenie ("cantilene") spesso improvvisate per celebrare il dolore che la scomparsa di una persona cara aveva causato nella famiglia. Questo canto funebre praticato per ricordare le gesta nobili dell'ucciso, incitava anche alla violenza e alla vendetta. Questo termine molto probabilmente deriva da "'atat" che era il guaito acuto che emettevano i comici latini per esprimere meraviglia ed onore, mentre secondo altri studiosi di linguistica sarda pare invece che derivi da "ototei", che era il grido dei tragici greci per esprimere dolore. Mentre anticamente "s'atitidu" non mancava mai in una famiglia visitata dalla morte, ultimamente quest'uso si è andato man mano affievolendo fino a scomparire del tutto. Solo qualche persona anziana può rievocare questa forma di lamento. Cantilena pacata, espressione del sentimento vivo e vero del dolore dei congiunti del morto, l'uso de "s'atitidu" non è limitato al nostro paese, né ai soli sardi, ma è assai comune ad altri popoli antichi. Esempio di pianti funebri si ritrovano nella Bibbia (pianto di Davide per la morte di Sane, pianto di Davide per il figlio Assalonne) e nello stesso Nuovo Testamento, quando si parla della morte della figliola di Giairo in cui troviamo sia "s'atitidu", sia le prefiche con accompagnamento di strumenti musicali. Il Signore non condanna le prefiche intente a quest'attività, le fa semplicemente interrompere e ciò ci dimostra che non è qualcosa di contrario alla religione di Cristo. Ritroviamo quest'usanza riportata anche in molte opere di scrittori pagani, quali Plauto, Omero, Virgilio.
Fonti:
"Scano Montiferro - Ambiente - Storia - Tradizioni" a cura delle Scuole Medie di Scano Montiferro - Anno scolastico 1987-1988.