In questa pagina troverai le biografie dei Santi maggiormente venerati a Scano. Per quanto la società odierna sia ormai in via di secolarizzazione, il culto tradizionale dei Santi rimane un elemento importante per la vita culturale del paese, e questo è testimoniato dalla presenza di eventi a loro legati (vedasi "Sa Festa Manna" legata al culto della Beata Vergine Regina di Tutti i Santi) e dall'ancora larga partecipazione alle processioni paesane.
San Pietro, patrono di Scano, non ha bisogno di una campestre a lui dedicata: l'intera parrocchiale è stata edificata in suo onore. A dire il vero, Pietro non è venerato come la Vergine Regina di Tutti i Santi (vedi sotto). Egli viene festeggiato insieme a Paolo, suo fedele compagno. La loro ricorrenza (29 giugno, con annessa processione per le vie del paese) viene anno per anno organizzata dall'associazione maschile e femminile. Ecco le biografie dei "patroni":
San Pietro: Simone era il nome di nascita di un pescatore di Betsaida (una località sul lago di Tiberiade, in Galilea), che noi tutti conosciamo come Pietro. Simone aveva moglie e con essa si trasferì, assieme al padre, alla suocera ed al fratello Andrea a Cafarnao, ove vi erano buone possibilità per chi pescava e vendeva il pesce. In seguito si recò a Betania con il fratello Andrea, dove si unì ai discepoli di Giovanni Battista in attesa del Messia. Quando Pietro incontrò Gesù, nella primavera dell'anno 28 d.C., quest'ultimo lo riconobbe come Simone, figlio di Giona e gli impose di cambiare il suo nome in Pietro. Quando Gesù, lasciata Nazaret, si trasferì a Cafarnao, andò a vivere in casa di Pietro, ove avvennero molti dei fatti raccontati nei Vangeli. Pietro, non appena entrò a far parte del gruppo degli apostoli e fu da loro accettato, accompagnò Cristo mentre andava predicando tra la gente e, quando furono a Cesarea di Filippo, ebbe da Gesù il primato sugli altri seguaci, come scrive Matteo nel famoso versetto: «Gesù dice a Pietro: "A te darò le chiavi del Regno dei Cieli"». Le chiavi per gli Ebrei rappresentavano l'autorità. In più, il primato di Pietro è anche suggerito dal fatto che gli Evangelisti, elencando gli Apostoli, cominciano sempre col suo nome. Pietro fu il primo, ma anche l'unico, a cercare di difendere Gesù per evitargli l'arresto: ferì a un orecchio una guardia del sommo sacerdote e fuggì. Ma poi, con Giovanni, ritornò indietro e seguì il Messia fino alla casa di Anna e Caifa. Quando Gesù risorse, Pietro, chiamato dalla Maddalena, vide il sepolcro vuoto ed ebbe la grazia di una sua apparizione. Dopo aver assistito alle apparizioni del Messia, all'ascensione e alla discesa dello Spirito Santo, Pietro decise di dare un'organizzazione alla prima comunità cristiana, e cominciò con l'andare a predicare: in questo modo si attirò l'ira dei sacerdoti e dei sadducei, sommi sacerdoti, e per questo motivo fu più volte giudicato e imprigionato. Mentre predicava, si distinse per i molti miracoli che compì come la resurrezione, a Giaffa, di una discepola. Quasi perseguitato, per sfuggire all'arresto di Agrippa I, nel 42 decise di andare in un altro luogo, probabilmente a Roma. La consuetudine cristiana avalla il fatto che Pietro morì a Roma, crocifisso a testa in giù, quando era imperatore Nerone, sebbene non vi siano prove certe di questo fatto, anche perché i Vangeli non ne fanno il minimo accenno. La narrazione di ciò che accadde a San Pietro da quando arrivò a Roma a quando fu crocifisso è contenuta negli Atti di Pietro, opera apocrifa assai posteriore al periodo in cui l'apostolo visse che dimostra quanto fosse antica la tradizione che considerava Pietro come l'evangelizzatore di Roma. A ogni modo, San Pietro nel 42 era a Gerusalemme per discutere con gli altri apostoli sulla questione relativa alla circoncisione, quindi difficilmente poteva essere a Roma. In più, è strano che negli Atti degli Apostoli, che raccontano del viaggio di San Paolo a Roma, non vi sia cenno della presenza di Pietro vicino all'amico nella città eterna. Secondo una leggenda non provata storicamente, Pietro fu arrestato nel corso della persecuzione di Nerone e incarcerato con Paolo nel Carcere Mamertino, nel luogo dove poi fu eretta la chiesa di San Pietro in Vincoli: lì vi erano due carcerieri, Processo e Martiniano i quali, convinti dai miracoli fatti dai due apostoli, vollero convertirsi. Poiché non c'era acqua, Pietro fece un segno della croce sulla Rupe Tarpea, facendone una fonte con cui battezzò i carcerieri: questi per ringraziarlo aprirono le porte della prigione con l'intento di farli scappare. Questo gesto costò loro la vita, ma fece loro guadagnare la santità. Pietro fuggì, ma fu arrestato di nuovo dai soldati e subì il martirio: venne crocifisso a testa in giù, come chiese lui stesso perché si sentiva indegno di essere crocifisso nella stessa posizione di Gesù in un anno dalla datazione incerta, probabilmente tra il 64 e il 67;
San Paolo: Saulo, nome di nascita dell'apostolo Paolo, nacque a Tarso, in Turchia, tra il tra il quinto e il decimo anno del I secolo. Era ebreo e i i suoi genitori erano farisei. Da ragazzo si trasferì a Gerusalemme per studiare alla scuola di Gamaliele. Divenne anch'egli un fariseo convinto, al punto da ritenere che fosse un suo dovere combattere con forza la Chiesa cristiana, che ai suoi occhi era una comunità pericolosa e sovversiva. In realtà, non si sa bene di quale estrazione fosse la sua famiglia e di che cosa egli si occupasse, ma fu descritto come fabbricante di tende, mestiere forse ereditato dal padre, e che Saulo continuò a esercitare per essere sempre indipendente economicamente e avere di che vivere in tempi non facili. Il fatto che lui avesse un buon lavoro, che anche il padre avesse un mestiere redditizio e che Saulo fosse a tutti gli effetti un cittadino romano fa supporre che la sua fosse una famiglia almeno agiata. Secondo Luca, che lo racconta negli Atti degli Apostoli, e secondo il racconto dello stesso San Paolo, intorno all'anno 35, Saulo decise di andare a Damasco con alcuni accoliti per vessare, imprigionare e uccidere con tanto di permessi del Sinedrio, i cristiani locali che considerava dei traditori della fede ebraica. Mentre era in viaggio fu abbagliato da una luce inattesa e sentì una voce potente che lo apostrofava così: "Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?". Allora gli rispose: "Chi sei, o Signore?" e la voce replicò: "Io sono Gesù, che tu perseguiti! Orsù, alzati ed entra nella città e ti sarà detto ciò che devi fare". Così Gesù si fece riconoscere da Saulo, che esortò a portare il suo verbo nel mondo. Da allora, la vita di Saulo cambiò radicalmente: si fece evangelizzatore in giro per il mondo, fino a Roma, dove il martirio lo rese Santo. Saulo, in quanto cittadino romano, volle cambiare il proprio nome in Paolo, che era un nome latino. Quando cominciò la sua missione, si dedicò agli ebrei, però poi predico soprattutto ai gentili. Fu soprattutto a Damasco che si adoperò con tutto il suo fervore, attirandosi l'odio degli ebrei, che cercarono di ucciderlo. Così Paolo scappò dalla città e giunse a Gerusalemme, dove conobbe gli apostoli Pietro e Giacomo, ai quali confidò le sue paure e i suoi dubbi: i due decisero di stargli vicino parlandogli di Cristo: Paolo, però, non era ben visto dai cristiani che si ricordavano delle sue spedizioni punitive ma Barnaba, un uomo molto rispettato in città, garantì per lui, che fu finalmente accettato dalla comunità cristiana. Nelle due settimane in cui rimase a Gerusalemme, Paolo volle predicare per convertire qualcuno, ma il fatto diede noia agli ebrei e mise in allarme i cristiani, quindi Paolo volle soprassedere anche perché si sentiva notevolmente a disagio, sentendosi criticato da tutti. Decise quindi di partire da Gerusalemme e raggiunse Cesarea come prima tappa, per poi ritornare a Tarso. Rimase nella sua città dal 39 al 43 fino a quando Barnaba, che voleva dare un'organizzazione ai cristiania di Antiochia, andò a cercarlo e gli chiese di andare con lui. Nel 45 i due erano ancora in viaggio per la loro missione e decisero di partire insieme a Marco per Cipro, ma i risultati del loro lavoro di evangelizzazione in terra cipriota non sono noti. Rientrati ad Antiochia, furono accolti da un piccolo tumulto causato dai cristiani che erano da poco giunti da Gerusalemme, i quali avevano raccontato che alcuni convertiti avevano sollevato un problema: affermavano, cioè, che il battesimo non aveva valore se il battezzato non fosse stato prima circonciso, secondo il rito ebraico. Allora Barnaba e Paolo si misero in viaggio per Gerusalemme al fine di parlare di questo fatto con gli Apostoli: questo incontro viene considerato come il primo Concilio della Chiesa. Dopo varie discussioni prevalse il buon senso dell'apostolo Giacomo, che propose di non imporre ai pagani convertiti la circoncisione che era facoltativa per gli ex ebrei. Paolo rimase a Gerusalemme dove, però, gli ebrei non lo amavano e lo accusarono di aver fatto entrare nel tempio un cristiano non giudeo: Paolo fu condannato e imprigionato a Cesarea. Negli anni seguenti subì altri processi, fino a quando, nel 66, fu nuovamente arrestato e portato a Roma, dove il tribunale lo condannò alla pena capitale perché cristiano. Gli fu quindi mozzata la testa, in quanto essendo cittadino romano non poteva essere crocifisso. Quest'ultima, rimbalzando tre volte in terra, aprì tre sorgenti da cui zampillavano tre getti d'acqua, formando tre fontane che tutt'oggi sono visitabili.
Il titolo di Maria, Vergine Regina di Tutti i Santi è quello più venerato a Scano tra i suoi dodici totali, da molto prima che l'invocazione "Regina Sanctorum Omnium" fosse aggiunta alle litanie lauretane. Il suo culto è strettamente legato alla figura di Hermano Paolo Falque, descritto come un asceta. Il fatto più saliente della sua vita, per il quale viene ricordato ancora oggi, è che fu proprio lui a ritrovare - secondo la leggenda - la Sacra Immagine della Beata Vergine Regina di Tutti i Santi. Si dice che l'11 settembre 1732, l'aratro di Hermano Paolo si fosse incagliato in una grande lastra di pietra, mentre arava un terreno da lui affittato nella località detta "Pedras Doladas" (vedi "La cappella di Pedras Doladas" in "Chiese campestri"). Sollevata la lastra, trovò all'interno del vuoto creatosi un bellissimo simulacro mariano. Si racconta che i suoi buoi, ancora fermi sul solco, fissarono l'Immagine, quasi resi coscienti della grande importanza del ritrovamento. Come se volessero essere partecipi della Santa gioia del loro padrone, questi emettevano forti muggiti. La Vergine d'un tratto parlò. Chiese al frate scanese di promuovere la devozione a lei, Regina di Tutti Santi, e di realizzare un Simulacro identico, per essere onorato durante la festa a lei dedicata, e per essere portato in processione nel paese, mentre il Simulacro rinvenuto tramite cui stava parlando doveva essere collocato sull'altare maggiore della chiesa parrocchiale, senza mai essere rimosso. "Noli me tollere!" furono le parole pronunciate dalla Vergine, ovvero: "Non portarmi via!". Dopo queste parole, Hermano Paolo dovette lasciare a malincuore incustodito il suo più prezioso tesoro, per correre in paese a cercare un lenzuolo. Esso gli fu donato da una donna, ed a lei fu restituito dopo il suo ritorno a casa (pertanto, i discendenti della donna lo conservano ancora oggi, dandogli valore di una reliquia). Con questo lenzuolo avvolse la statua e la caricò con delicatezza sul suo cavallo, diretto verso la sua abitazione nel rione "Turre" a Scano. Lungo la strada di casa, in località "Meddaris", nel punto chiamato "Pedra de Ispidili", Hermano incontrò un gregge di pecore che, come assalite da un comando divino, si aprirono per lasciare passaggio al pio uomo e si fermarono ai cigli della strada osservando il destriero con il suo carico celato. Quando Hermano Paolo giunse in paese, i passanti e i vicini di casa rimasero esterrefatti nel vederlo inginocchiato devotamente, facendosi il segno della croce prima di liberare il cavallo dal suo peso, per poi portare il carico dentro la sua abitazione. Il giorno dopo, di buon mattino, Paolo partì verso le campagne e rientrò all'imbrunire con un grosso tronco di pero selvatico. Da quel giorno, per mesi, non lo vide e non lo sentì più nessuno. I vicini udivano ripetutamente un insolito rumore, un insolito picchettio. Quando il rumore cessò, i battenti della sua casa si aprirono: tutti erano curiosi di vedere e di sapere cosa avesse portato fra Paolo, ma lui rimase muto e non aprì bocca con nessuno. La sera stessa andò a trovare il parroco, che allora era il Reverendo Antonio Giuseppe Trogu, fondatore del monte granatico. Che cosa effettivamente si dissero non si seppe mai, ma sappiamo che il parroco ordinò al clero, alle confraternite e alla popolazione di radunarsi la sera nella chiesa parrocchiale. Il corteo si recò processionalmente verso la casa del padre asceta, mentre tutte le campane suonavano a festa. Qui, nell'atrio dell'abitazione, tra ceri accesi e fiori, trovarono due bellissimi e simili Simulacri della Madonna. I presenti erano enormemente meravigliati e si chiedevano come mai si trovassero proprio lì quelle due bellissime effigi della Madonna, Regina di Tutti i Santi. Allora Hermano Paolo, alzatosi in piedi, fece cenno di tacere ai fedeli, e disse di aver avuto l'onore di aver reperito in Pedras Doladas questa bellissima Immagine della Madonna, la quale doveva essere collocata nell'altare maggiore della chiesa parrocchiale per Suo esplicito volere. Aveva poi lavorato alla creazione di un'altra statua simile per essere portata in processione durante la festa. Nel silenzio, tutti ricomposero il corteo e pregando, cantando, invocando il Suo nome, tornarono alla parrocchiale, dove la preziosa Immagine doveva essere posta nella nicchia centrale dell'antico retablo dorato del presbiterio (vedi "Chiesa di San Pietro). Ma il parroco decise di destinarla alla nicchia sottostante per non rimuovere dalla centrale nicchia la statua seicentesca di San Pietro in cattedra, titolare della parrocchia e patrono del paese. La mattina seguente, però, trovò il Simulacro della Vergine Maria posto nella nicchia centrale dell'antico retablo. Temendo si trattasse di un scherzo, riportò autonomamente la statua della Vergine nella nicchia sottostante e rimise al centro del retablo quella di San Pietro. La sera chiuse per bene tutti gli accessi alla chiesa e se ne andò vittorioso con le chiavi, dicendo fra sé e sé: "Istamos a biere!". La mattina seguente, meravigliato, vide che la Madonna era di nuovo posta al centro del retablo. Ancora incredulo e sentitosi preso in giro, l'uomo risistemò le due statue al posto da lui destinatogli e decise di restare per tutta la notte dentro la chiesa, con l'intento di sorprendere l'artefice dello scherzo, cogliendolo in flagrante. Durante la notte, cadde più volte nel sonno e mentre si affannava per tenere gli occhi spalancati non si accorse che la statua della Vergine troneggiava maestosa nella nicchia centrale del retablo. Allora, resosi conto che non si trattava di uno scherzo ma di un segno divino, si inginocchiò devotamente e pregò fino all'alba. Da quel momento il Simulacro della Vergine non venne mai più spostato dall'altare maggiore (escludendo ricostruzioni, ristrutturazioni, calamità naturali e solenni incoronazioni), ma la parrocchia resta tutt'oggi intitolata al Principe degli Apostoli. Fedeli alla tradizione tramandatasi, tanto il clero quanto il popolo ebbe sempre un sacro timore di venir meno al desiderio della Vergine e non mossero mai la Sacra Immagine dal posto dove fu sistemata. Il racconto del ritrovamento della Sacra Effigie, molto singolare come avvenimento, provocò una grandissima impressione e suscitò in tutte le persone il desiderio di conoscere i particolari di tale scoperta; ma l'umiltà, la semplicità e la modestia del pio Hermano non gli permisero di rivelarle. Promise tuttavia che avrebbe svelato tutto al parroco sul punto di morte. Il parroco però morì prima di lui. Il suo successore (dott. Salvatore Panzali, nonché nipote di Hermano Paolo), quando anche per il ritrovatore arrivò l'ultimo respiro, gli ricordò la promessa fatta, ma lui passò a miglior vita senza rivelare nulla. Spirò il 7 ottobre, nel giorno della festa della Madonna del Rosario (egli faceva addirittura parte dell'omonima confraternita), mentre la processione passava proprio innanzi la sua casa.
Per interessamento del parroco Dott. Canonico Diego Vassallu, si ottenne l'autorizzazione dalla Santa Sede per l'incoronazione solenne del Simulacro della Vergine. Infatti, con decreto del Capitolo di San Pietro in Vaticano, firmato dal Cardinale Tedeschini il 3 giugno 1956, si concedeva la grazia dell'incoronazione solenne della Santa Immagine. A compiere tale funzione fu delegato il Vescovo di Bosa Mons. Nicolò Frazioli. Il giorno 11 settembre 1956 si compiva la solenne incoronazione e l'imposizione dello scettro in argento dorato. Alla cerimonia erano presenti Mons. Pinna della Sacra Romana Rota in qualità di Cancelliere per la lettura della Bolla, e Mons. Arturo Coletti, Cerimoniere della Basilica Vaticana e Cappellano del Quirinale. La devozione e i miracoli legati alla Regina di Tutti i Santi sono raccolti in "Leggende e miracoli attribuiti alla Regina di Tutti i Santi" in "Storie e leggende".
Secondo la tradizione, Antioco nacque attorno al 95 - 96 d.C. in Mauretania (Africa Occidentale), allora regione romana. Pare che il governatore di questa regione fosse lo stesso padre di Antioco, di cui non si conosce il nome, ma che di certo era di religione pagana, al contrario della moglie, la martire Santa Rosa e dell'altro fratello Platano. Il giovane Antioco studiò medicina ed esercitò la sua professione in diversi Paesi (Mauretania, Galazia, Cappadocia etc) durante l'impero di Adriano, guarendo gli ammalati e convertendo molte persone al Cristianesimo. L'imperatore fece poi comparire Antioco al suo cospetto e lo accusò, nella sua qualità di medico e scienziato, di aver prestato il suo nome ad una setta nemica dell'impero e di aver negato il culto degli dei, per adorare un uomo crocifisso. Dalle parole, Adriano passò alle minacce, poi ai supplizi. Antioco fu incarcerato per questo e sottoposto a tortura con fiaccole accese ai fianchi, immerso in una caldaia di pece bollente, dato in pasto alle fiere, ma con fede incrollabile superò tutti i pericoli. Fu quindi esiliato in Sardegna, condannato a lavorare nelle miniere dell'isola, allora inospitale, che veniva chiamata "Plumbaria" in quanto fonte di rifornimento del piombo. Mentre i soldati stavano per arrestarlo una seconda volta, chiese il permesso di pregare. Morì in preghiera di morte naturale, il 13 novembre (probabilmente del 127 d.C.) nella grotta cui si era rifugiato. Lì rimase sepolto fino al 18 marzo 1615, anno del rinvenimento delle sue reliquie ad opera dell'arcivescovo di Cagliari Mons. Francesco d'Esquivel, essendo viceré dell'Isola il duca di Candia. Proprio in questo periodo, grazie al gesuita scanese padre Salvatore Pala, docente di Matematica e Teologia all'università di Cagliari, anche Scano ricevette una vertebra del Santo.
Secondo la leggenda, la Santa era una ragazza di grande bellezza il cui padre, Dioscoro, la chiuse in una torre per scoraggiare le attenzioni di numerosi corteggiatori. Quando scoprì che si era fatta cristiana, Dioscoro tentò di ucciderla, ma lei fu miracolosamente trasportata fuori della sua portata. Allora lui la denunciò alle autorità, che la sottoposero alla tortura. Lei rifiutò di rinunciare alla sua fede, al che fu ordinato al padre di ucciderla lui stesso: Dioscoro lo fece e immediatamente fu colpito da un fulmine e ridotto in cenere. Le varie versioni differiscono riguardo al tempo e al luogo: dal 235 al 313, in Egitto, a Roma, in Toscana o altrove. Questa leggenda compare per la prima volta solo nel VII secolo e a quanto pare fu scritta come racconto religioso di fantasia. Dal IX secolo in poi il culto di Santa Barbara si diffuse moltissimo. A causa della sorte di suo padre, ella fu invocata contro il pericolo dei fulmini e, per estensione, divenne poi la Santa Patrona delle compagnie di artiglieria di molti Paesi, inclusa l'Italia. Il suo emblema personale è una torre. La storia del suo culto a Scano nel dettaglio si può trovare nella "Chiesa campestre di Santa Barbara".
Non ci sono pervenute notizie certe su questo Santo, ma secondo la tradizione nacque in Cappadocia. Fu educato cristianamente e da adulto divenne soldato. Durante le persecuzioni di Diocleziano fu vicino ai condannati per incoraggiarli e confortarli. Tale opera di solidarietà e di amore un giorno venne scoperta, e San Giorgio fu arrestato e portato dinanzi all'imperatore che, per costringerlo a rinnegare la fede cristiana e a sacrificare agli dei, tentò ogni mezzo a sua disposizione: promesse, incarichi e denaro. San Giorgio non si piegò e Diocleziano lo fece decapitare, esattamente il 23 aprile del 303. In un'opera letteraria di Teodoro Parigeta del 530 d.C. è scritto che a Lydda, in Palestina (oggi chiamata Lod), vi era una basilica, sorta sulla tomba di San Giorgio e compagni. Tale basilica era meta di pellegrinaggi già prima delle Crociate, fino a quando il sultano Saladino (1138-1193) la fece abbattere. Sin dall'antichità, San Giorgio riscosse tanta devozione popolare, sia in Occidente che in Oriente, ma la sua figura è avvolta nel mistero.
La tradizione popolare lo raffigura come cavaliere che affronta il drago, simbolo della fede intrepida che trionfa sulla forza del maligno. Una leggenda antica narra che nella città di Silene, in Libia, vi era un grande stagno, che nascondeva un drago, il quale si avvicinava alla città e uccideva con il fiato le persone che incontrava. I poveri abitanti, per placarlo, gli offrivano due pecore al giorno e, quando queste incominciarono a scarseggiare, offrirono una pecora e un giovane, tirato a sorte. Un giorno fu estratta la giovane figlia del re il quale, terrorizzato, offrì per salvarla il suo patrimonio e metà del regno, ma il popolo si ribellò, avendo visto morire tanti suoi figli. Dopo otto giorni di tentativi, il re dovette cedere e la giovane fanciulla piangente si avviò verso il grande stagno. Passò in quel momento il giovane cavaliere Giorgio che, nel momento in cui il drago uscì dall'acqua sprizzando fuoco e fumo dalle narici, salì a cavallo, affrontò il drago e lo trafisse con la sua lancia, facendolo cadere a terra. Poi disse alla fanciulla di avvolgere la sua cintura al collo del drago. Il drago la seguì docilmente come un cagnolino verso la città. Agli abitanti spaventati Giorgio disse: "Non abbiate timore, Dio mi ha mandato a voi per liberarvi dal drago: abbracciate la fede in Cristo, ricevete il battesimo e ucciderò il mostro". Allora il re e la popolazione si convertirono e il prode cavaliere uccise il drago.
La chiesa di Santa Vittoria a Scano si trova nelle vicinanze di una antica donnicalia in una valle ricca di uliveti. Proprio n quella zona si trovano alcune nicchie scavate nella roccia che fanno pensare a dei tabernacoli dove in epoca romana si tenevano i Lari, cioè le divinità familiari. Da ciò si può dedurre che questa località sia stata abitata già in epoca romana e nel medioevo, al tempo dei Giudicati.
Il corpo della Santa martire Vittoria, che si trova nella Chiesa dei Frati Minori a San Pietro in Silki, proviene dalle catacombe romane di Priscilla, sulla Via Salaria Nuova a Roma. II corpo della Santa, prelevato dalle catacombe di Priscilla, rivestito di vesti di seta di color rosaceo, come usavano le antiche matrone romane, fu riposto in un'urna di legno bianca, insieme ad un vasetto di vetro, slabbrato ed intinto del sangue della Martire. Secondo la tradizione orale, il corpo della Santa fu ricomposto dalle Monache Canossiane, a Roma, un
Istituto di Suore preposto a tali mansioni. Dalle varie notizie tramandate oralmente, risulta che fu ornata di preziosi gioielli, dono probabilmente dei fedeli che la poterono venerare fin dal suo arrivo a Sassari. Chi fosse e quale sia stato il vero nome della giovinetta martirizzata non appare dai documenti di autenticità che vennero trasmessi insieme alla Reliquia. Osservando il taglio accennato nella gola, si può pensare che sia stata decapitata. Forse i parenti pagarono il carnefice perché la condanna venisse eseguita con la decapitazione, risparmiando altre sofferenze morali e fisiche alla Santa giovane, quale quella di essere esposta in pasto alle fiere nei giochi del Circo o ad altre violenze sul suo corpo, come la storia delle persecuzioni ricorda. A queste notizie storiche, così scarne, possiamo aggiungere solo qualche osservazione. L'età della giovinetta dovrebbe essere intorno ai 15/18 anni, secondo alcuni medici che hanno osservato lo scheletro. Sulla storicità del nome di Vittoria non risulta alcuna certezza, perché i primi cristiani non si preoccupavano tanto di tramandare, come noi pensiamo, notizie sulla vita personale dei fratelli e sorelle nella fede, ma soprattutto di ricordare il loro martirio.
C'è una controversia, però, sulla Santa a cui rendiamo culto. Quella precedentemente descritta e venerata è la Santa Martire romana. Nella prima strofa dei Gosos dedicati ad essa, però, si parla di una Martire spagnola ("In Còrdova illustre Santa,
vivizis cristianamente", ossia "A Cordoba, illustre Santa, viveste cristianamente").
Rimane ancora celato l'arcano su quale sia il culto che prese piede per primo a Scano.
La madre di Costantino il Grande (vedi sotto), imperatore romano, nacque quasi certamente a Drepane nell'Asia Minore da genitori di basso ceto. L'imperatore Costanzo Cloro la fece sua sposa e nel 274 nacque Costantino; ma nel 292 Costanzo ripudiò Elena per ragioni politiche. Non si sa con certezza quando ella si fece cristiana; ma quando suo figlio divenne imperatore la trattò con i più grandi onori e quando la tolleranza fu estesa al cristianesimo, dopo il 312 Elena usò tutta la sua influenza per promuovere questa religione. A tarda età fece una lunga visita alla Terrasanta, dove spese forti somme per soccorrere i poveri, per altre buone opere e per agevolare la fondazione di chiese in luoghi sacri. Il nome di Sant'Elena è associato soprattutto al ritrovamento della croce su cui era morto il Salvatore. Si dice che avesse fatto distruggere il tempio pagano posto sopra al Sepolcro e, riportatolo alla luce, vi ritrovò tre croci e il "Titulus crucis" (il cartello posto sulla Croce di Gesù). Il vescovo di Gerusalemme fece porre le tre croci una per volta sopra il corpo di una donna gravemente malata. La donna, miracolosamente, guarì perfettamente al tocco della terza croce, che venne identificata come autentica Croce di Cristo. Secondo la tradizione, già poco dopo il ritrovamento, diversi frammenti vennero staccati dalle principali reliquie della Vera Croce e, dopo essere stati ulteriormente suddivisi, furono largamente distribuiti (una scheggia della Croce è presente anche a Scano). Elena morì in Terrasanta e venne sepolta vicino al Calvario.
Nel corredo della prioressa di Santa Croce è contenuta una "reliquia" di cui non è chiara l'origine, custodita gelosamente in una sfera d'argento. La si può osservare tra le mani della Santa nella foto sottostante, poiché le viene "affidata" durante la sua ricorrenza. Si dice che questa reliquia sia miracolosa per bambini che, già in età inoltrata, non hanno sviluppato il dono della parola.
Silvano nacque a Scano Montiferro nel I secolo. Egli fu un uomo colto e un insegnante e annunciando il Vangelo convertì il capitano romano Errio. Condannati a morte, i due furono inviati nell'isola di Mal di Ventre, successivamente a Ponza. Ritornati in Sardegna, furono uccisi nel 90 a Scano, nel cosiddetto Colle dei Colpevoli, letteralmente "Montrigu de Reos".
I resti del martire Silvano furono scoperti a Scano il 17 maggio 1616 dal Vescovo di Bosa Vincenzo Baccallar, spinto a quella ricerca dal fatto di aver trovato un'iscrizione che in quel tempo era abbandonata nel cimitero, e che anticamente stava sul pavimento della parrocchia, presso la porta chiamata "Santa". Nel clima di entusiasmo religioso che ne seguì, Silvano fu eletto patrono di Scano e fu stabilito di celebrarne la festa la terza domenica di maggio. Dodici anni dopo, il 28 maggio 1628, sotto il governo del Vescovo Mons. Sebastiano Carta, furono trovate entro una tomba che era nella chiesa di Santa Sabina i resti dell'altro martire Errio. Le reliquie dei due martiri vennero conservate in due urne di cristallo nell'altare maggiore, una sotto la nicchia di San Gioacchino e l'altra sotto quella di Sant'Anna, mentre attualmente giacciono in una sola urna.
Secondo la tradizione agiografica, Errio nacque nella città di Calmedia (nome mitico di Bosa) da nobile stirpe, nella seconda metà del I secolo. Da giovinetto si unì con sette compagni, fra i quali Silvano, con cui si diede alla vita contemplativa, mortificando il corpo e seguendo la dottrina di Cristo. In questo percorso fu educato da San Pemelio o Priamo. Esteso alla Sardegna, l'editto di Domiziano contro i cristiani, il preside Calidonio, per attirarsi la benevolenza dell'imperatore, perseguitò e uccise molti cristiani di Calmedia. Errio e i compagni si ripararono in una grotta. Fu quindi fatto catturare e venne esiliato nell'isola di Mal di Ventre. Più tardi Errio e Silvano furono spostati nell'isola di Ponza e, dopo un passaggio per Roma, ritornarono a Calmedia, accolti festosamente dai cristiani. Ancora una volta furono catturati dai soldati di Domiziano, ma avendo Errio miracolosamente guarito un figlio e la moglie del giudice Peido, furono liberati ed esiliati a Scano, dove vissero quattro anni prima di morire martiri della fede cristiana.
Tutta la tradizione sulla vita dei Santi di Scano trae origine da una cronaca in lingua spagnola, anonima, senza data, attribuita da qualcuno al gesuita scanese Salvatore Pala, coetaneo ed amico del famoso frate Francesco Ortolano.
Flavio Aurelio Costantino, noto anche come Costantino I, il Vincitore o il Grande, è stato un imperatore romano dal 306 d.C. sino alla sua morte (sopraggiunta nel 337 d.C.), figlio della Santa Imperatrice Elena (vedi sopra). La Chiesa ortodossa e le Chiese di rito orientale lo venerano come Santo, presente nel loro calendario liturgico, con il titolo di "Eguale agli apostoli". Nonostante il suo nome non è presente nel Martirologio Romano, il catalogo ufficiale dei Santi riconosciuti dalla Chiesa cattolica, è ugualmente venerato in Sardegna. Costantino nacque a Naissus (nell'odierna Serbia) tra il 271 ed il 275 dall'imperatore Costanzo Cloro e dall'imperatrice Flavia Giulia Elena. Alla morte di suo padre, egli fu indicato come Augusto d'Occidente, nuovo imperatore di Roma. Secondo la leggenda, egli vinse la battaglia di Ponte Milvio nel 312 per un intervento di Dio. Ma non fu questo l'episodio a determinare la sua conversione al Cristianesimo. Egli decise di abbracciare la nuova religione solo dopo la morte del cognato Licinio, un ostinato persecutore dei Cristiani. Costantino imperatore d'Occidente e Licinio imperatore d'Oriente concordarono a Milano, capitale della parte occidentale dell'impero, una linea comune grazie alla quale il Cristianesimo veniva riconosciuto come "religio licita", e venivano restituiti i beni confiscati alla Chiesa. In sostanza, l'Editto di Milano o di Costantino concedeva a chiunque la libertà di culto e poneva fine a secoli di persecuzioni. Costantino morì il 22 maggio 337 a Nicomedia, poco dopo esser stato battezzato. A Scano, "su sotziu" ne cura la festa il 7 luglio.
La devozione al Santo nel dettaglio, e in particolare la leggenda sulla fondazione della chiesa a Sedilo, si trova in "Storie e leggende".
Isidoro, patrono degli agricoltori, è un Santo molto venerato a Scano: su sotziu ne celebra la festa il secondo sabato di maggio, portando la sua statua in processione per le vie del paese. In occasione della processione suddetta, il sacerdote benedice dei trattori, che vengono addobbati con devozione dagli agricoltori che li possiedono. Prima della meccanizzazione agricola, venivano benedetti dal parroco i buoi, i cavalli e gli asini . Egli nacque a Madrid intorno al 1070 e lasciò giovanissimo la casa paterna per essere impiegato come contadino. Grazie al suo valoroso impegno, i campi, che fino ad allora rendevano poco, diedero molto frutto. Nonostante lavorasse duramente la terra, partecipava ogni giorno all'Eucaristia e dedicava molto spazio alla preghiera, tanto che alcuni colleghi invidiosi lo accusarono, peraltro ingiustamente, di togliere ore al lavoro. Quando Madrid fu conquistata dagli Almoravidi, si rifugiò a Torrelaguna dove sposò la giovane Maria. Il loro matrimonio fu sempre contraddistinto dalla grande attenzione verso i più poveri, con cui condividevano il poco che posseduto. Nessuno si allontanava da Isidoro senza aver ricevuto qualcosa. Morì il 15 maggio 1130. Le sue spoglie sono conservate nella chiesa madrilena di Sant'Andrea. Isidoro fu canonizzato (su richiesta di re Filippo III) il 12 marzo 1622 da Papa Gregorio XV, che attribuiva alla sua intercessione la propria guarigione da una grave malattia.
-) San Francesco d'Assisi (Santu Frantziscu), ricordato il 4 ottobre da "su sotziu";
-) San Giuseppe (Santu Zuseppe), venerato da due associazioni nelle sue due ricorrenze: il 19 marzo dall'Associazione di mutuo soccorso ed il Primo maggio da "Su sotziu de Santu Zuseppe artigianu";
-) Sant'Antonio Abate (Sant'Antoni de su fogu), ricordato il 17 gennaio da "su sotziu" (vedi "Su Fogulone" in "Tradizioni tramandate");
-) Sant'Antonio di Padova (Sant'Antoni de Padova), ricordato il 13 giugno da "su sotziu";
-) San Sebastiano (Santu Sebustianu), ricordato il 20 gennaio da "su sotziu";
-) San Giovanni Battista (Santu Zuanne), ricordato il 24 giugno da "su sotziu" (vedi "Su fogu de Santu Zuanne e s'Abba Muda" in "Tradizioni tramandate");
-) San Giovanni Bosco, ricordato il 31 gennaio da "su sotziu";
-) San Marco (Santu Malcu), ricordato da "su sotziu" il 25 aprile;
-) Santa Rita, ricordata il 22 maggio da "su sotziu";
-) Sant'Anna, ricordata il 26 luglio in chiesa, dalle prioresse dell'omonima cappella;
-) Santu Nigola (o Nicolau), ricordato il 6 dicembre dall'omonima confraternita;
-) La Madonna, ricordata con dodici titoli. Oltre a quello di Regina Sanctorum Omnium (Regina di Tutti i Santi, vedi sopra), viene ricordata col titolo dell'Ausiliatrice, del Carmelo, del Santo Rosario e della Speranza (questi i culti più "diffusi"); i primi due li cura la confraternita delle Anime, il 24 maggio ed il 16 luglio. Le seguenti, rispettivamente venerate dal Rosario e da Santa Croce/San Nicolò, ricorrono il 7 ottobre ed il 26 novembre. Altri culti venerati sono quelli dell'Addolorata, della Madonna de s'Incontru, dell'Immacolata e della Dormitio Mariae (sa "Madonna de mes'Austu", ossia di ferragosto, l'Assunta). I culti completamente persi sono quelli di N.S. della Salette, N.S. di Itria e di N.S. del Rimedio. Di quest'ultima si conserva una statua nella campestre di Sant'Antioco.
Fonti:
"Grande libro dei Santi" a cura di Daniela Nahum;
"La Santissima Vergine Regina di Tutti i Santi venerata a Scano Montiferro" di Giovanni (Nanni) Delogu;
"Gosos de totu sos Santos" a cura della parrocchia San Pietro Apostolo in Scano Montiferro;
Wikipedia (Sant'Antioco, Sant'Elena, San Costantino).