Anche Scano possiede diverse chiese e cappelle campestri. La data della loro fondazione si perde nella leggenda, in quanto non si dispone di alcun genere di notizie storiche, anche se, a voler giudicare dalla semplicità ed elementarità della struttura, si potrebbe collocare la loro origine in epoche abbastanza antiche. Sono costituite da un unico ambiente a base rettangolare, che termina in profondità con un altarino in pietra avente nella parte superiore una nicchia destinata a contenere la statua che vi è condotta in processione in occasione della festa. Il pavimento è realizzato in terra battuta, mentre il tetto, a due spioventi, è costituito da canne legate tra loro, in modo tale da formare una sorta di stuoia, poggianti su travi in legno e ricoperte da tegole.
Tutte quante possiedono una o più stanzette attigue ("sos pendentes"), funzionanti come sagrestia e allo stesso tempo adibiti, una volta terminata la Messa, a sala da ricevimento e da pranzo nel giorno della festa. Essi sono comunicanti - mediante delle porte - sia con la chiesa che con il piccolo piazzale esterno.
La chiesa campestre di Sant'Antioco dista da Scano sei chilometri e sorge in un'amena località ricca di sorgenti e circondata da boschi. Il suo anno di costruzione è incerto, ma le prime notizie storiche (ricavate dal registro dei conti dell'amministrazione parrocchiale) sono datate dal 1622 al 1658. In data del 22 marzo 1640, si legge una nota scritta per ordine di Mons. Vincenzo Claveria, vescovo di Bosa, mentre si trovava a Scano in visita pastorale, in cui si accreditano all'allora vicario di Scano Antonio Pisquedda, varie somme da lui anticipate nel 1636 per la costruzione della nuova chiesa di Sant'Antioco "de las venas de Escano". Da ciò si deduce che il 1636 sia I'anno della "fabbrica" della parte absidale e di metà della navata dell'attuale chiesa, successivamente ingrandita nel momento in cui si rivelò insufficientemente grande per contenere il numero sempre crescente dei fedeli che partecipavano alla festa dedicata al Santo. Ad ogni modo, non si sa se la "fabbrica" di cui parla il vescovo Claveria corrispondesse alla vera fondazione della chiesa o alla riedificazione di una chiesa preesistente. Comunque sia, la prima data certa collegata con tale chiesa è il 1636, che potrebbe effettivamente essere verosimile, dal momento che il rinvenimento delle reliquie di Sant'Antioco ad opera dell'arcivescovo di Cagliari Mons. Francesco d'Esquivel risale al 1615. In quel periodo anche Scano riceveva una vertebra del Santo (tutt'oggi custodita), grazie all'azione del gesuita scanese Salvatore Pala, docente di Matematica e Teologia all'Università di Cagliari. La costruzione della chiesa in onore del Santo era probabilmente legata proprio a questo fatto, e a questo scopo la scelta era ricaduta sulla località campestre dove è stata poi costruita: un posto ameno, ricco di acque e a distanza non eccessiva dal paese. Anche la colossale statua antica e dorata, che vi si trasportava processionalmente dalla chiesa parrocchiale, nelle feste del secondo lunedì dopo Pasqua e dell'ultimo lunedì di agosto, è da attribuirsi alla prima metà del 1600. Non si ha alcun dato sicuro per stabilire quando siano state edificate le stanzette adiacenti alla struttura (dette "sos pendentes") poste sul lato meridionale della chiesa, dove abitava il cosiddetto "eremitano". Il primo di cui si ha notizia è un certo Pietro Antonio Aragones, detto "Heremitano del glorioso S. Antiogo de las venas", nativo di Viterbo e morto il 20 novembre 1713. Il 13 febbraio 1720 è registrata la morte di un altro "Heremitano de la iglesia rural de S. Antiogo de las venas", Pasquale Gonzales, di nazione "Gallego", ossia della Galizia. Dopo poco tempo dalla sua fondazione, la chiesa possedeva parecchie mandrie di bestiame, specie cavalli e maiali, e nei rendiconti delle opere pie della parrocchia risulta quanto gli amministratori di tale chiesa davano al procuratore della causa pia. L'affluenza dei devoti fu tale che nel 1814 si riedificò la chiesa in forme più ampie, usufruendo della primitiva costruzione per la parte absidale e per le prime due campate dell'unica navata di cui la chiesa si compone. La ricostruzione diede alla chiesa la forma attuale abbastanza ampia. La sagrestia risale al 1846. Nel 1848 si acquistò I'altare in legno dorato che tuttora esiste. I registri che forniscono i dati si fermano al 1868. Con I'incameramento dei beni ecclesiastici per le leggi "eversive" della seconda metà del 1800, venne a mancare alla chiesa ogni provento e fu allora che si incaricarono di organizzare la festa a loro spese le famiglie di Cocco Trogu Agostinangelo, per il mese di aprile, e di Rosa Antonio per il mese di agosto. Dopo di loro continuarono i loro discendenti. La festa campestre, soprattutto quella di aprile con l'uscita dall'inverno e l'inizio della primavera, fino agli anni '50 e '60 del 1900 richiamava una folla di devoti del Santo proveniente non solo dai paesi vicini, ma anche da lontano, che chiedeva una grazia al martire dottore, come l'intercessione per ottenere la guarigione del corpo e dello spirito. Ancora oggi, i fedeli accorrono numerosi sia per la festa di aprile che per quella di agosto.
La chiesa di Santa Barbara, la più lontana dal centro abitato tra quelle citate, sorge nella zona archeologica limitrofa all'omonimo nuraghe, non ben conservato. Riguardo alla costruzione della chiesa e alla celebrazione della festa, che ricorre il giorno dopo la Pentecoste, esiste una leggenda che viene riportata: attorno al 1300, mentre infuriava una tempesta di tuoni e fulmini, tre uomini antenati della famiglia dei Chessa, Trogu e Obinu mungevano le loro vacche in un territorio della zona denominata "sa 'Idda 'e Sulù". Mentre la tempesta si aggravava, questi uomini cercarono rifugio nelle grotte naturali in mezzo alle rocce del loro terreno. La tempesta ad un certo punto diventò talmente violenta da fargli pensare il peggio: i tre uomini, impauriti dalla morte, chiesero a Santa Barbara (che era ed è tuttora protettrice da fulmini e saette) la grazia di essere salvati e promisero, in cambio, che in questo territorio avrebbero costruito una chiesa in onore della Santa, e che la loro discendenza si sarebbe preoccupata di festeggiarla ogni anno. Miracolosamente, i tre uomini si salvarono e come promesso costruirono la chiesa, celebrando la festa ogni anno il giorno dopo Pentecoste. Quindi, da ciò si può dedurre che la festa veniva (e viene ancora) curata da tre famiglie e non da una confraternita. Purtroppo la chiesa ha subito (indicativamente tra gli anni 2010 e 2021, culminati con il fuoco che devastò il Montiferru) dei danni alla struttura che hanno impedito la realizzazione della festa. Le famiglie l'hanno poi ricostruita, con tanta devozione, nel 2023. Anche questa chiesa ha una struttura molto semplice: stanza adibita a chiesa e stanza adibita a sagrestia/ristoro ("su pendente"). Una sua particolarità è la croce basaltica presente sopra la porta d'ingresso, probabilmente benedettina (deducibile dall'incisione "OSB", ossia "Ordo Sancti Benedicti", ordine di San Benedetto), che potrebbe significare una presenza conventuale benedettina nel territorio scanese, probabilmente in località Pedras Doladas/Mesu 'e Rocas, siti non molto distanti dalla campestre.
La chiesa di San Giorgio, sita nella parte più alta dell'omonimo colle, è circondata da un'estesa pineta. Anche questa chiesa ha una struttura molto semplice: stanza adibita a chiesa e stanza adibita a sagrestia/ristoro ("su pendente"). A differenza delle altre campestri, quest'ultima stanza non è sita al lato del corpo principale, ma è sita posteriormente, come a prolungamento di esso. La processione che porta al santuario il simulacro si svolge la sera del 22 aprile, mentre la processione che lo riporta all'oratorio delle Anime si svolge la sera del 23 aprile, giorno della sua ricorrenza. La confraternita delle Anime ne cura la festa, preparando le ritualità ed un tipico pranzo di confraternita. Degno di nota è anche che, secondo il registro contabile della chiesa parrocchiale di San Pietro (1622-1658), nel 1640 Bartolomeo (Portolu) Milia risultava essere priore dell'opera di San Giorgio. Questa è la prima attestazione scritta della congregazione religiosa scanese e dell'annessa devozione. "S'obera de Santu Jorgi" è chiaramente più antica, dato che suddetto santuario campestre venne edificato nel XII secolo.
La chiesa di Santa Vittoria, un po' più distante dal centro abitato, si trova nelle vicinanze di un'antica donnicalìa, in una valle ricca di oliveti. Questa zona è nota anche per qualche leggenda (tra cui quella delle "Dame di Marzeddu"). Si presenta anch'essa con una forma basilare, pur essendo la campestre più grande (escludendo quella di Sant'Antioco): la stanza principale, adibita a chiesa; la sagrestia, sita nell'abside della prima e "su pendente", adibito a "ristoro", occupato da priori e prioresse. Dietro l'abside si trovano due strutture postume all'edificazione della chiesa (ciò si può notare dalle attaccature di esse alla struttura originale dell'edificio), probabilmente utilizzate come "pendentes" dalle famiglie che ne dirigevano il culto, ora passato alla pertinenza della confraternita del Rosario. Sul lato destro del corpo principale è visibile una porta murata, che conduceva direttamente all'interno del santuario. La processione che porta al santuario il simulacro della Vergine si svolge la sera della domenica, giorno precedente al secondo lunedì di maggio. La processione di rientro verso l'oratorio del Rosario si svolge proprio il secondo lunedì di maggio, quest'ultima nominata ricorrenza della Santa per i paesani.
L'antica chiesa di "Santa Rughe" (Santa Croce o Sant'Elena), dedicata alla ritrovatrice della Croce di Cristo Elena Imperatrice, madre di Costantino, domina l'abitato di Scano dall'alto dei suoi 500 metri. È sita in un luogo particolarmente freddo e battuto dai venti. Il panorama che si gode dalla sua sommità è stupendo: spazia dai monti al mare. Il santuario, caratterizzato da una stanza adibita a chiesa, una a sagrestia e l'ultima a "ristoro", occupata da priori e prioresse ("su pendente"), è pertinenza dell'arciconfraternita di Santa Croce, detta anche di "San Nicolò". Siamo, dunque, in età di influenza culturale e politica iberica. Non a caso, in lingua sarda, il tempio proprio della congregazione pia è detto de "Santu Nigola" o de "Santu Nicolau", conservando, in quest'ultima accezione, la pronuncia catalana. Il culto della Santa Croce venne promosso dai francescani; San Buonaventura da Bagnoregio (1217-1274), infatti, ministro generale dell'Ordo Sancti Francisci, è il santo patrono del sodalizio religioso scanese. La processione che porta al santuario il simulacro si svolge la sera del 2 maggio, mentre la processione che la riporta all'oratorio di San Nicolò si svolge la sera del 3 maggio, festa detta dell'Invenzione (ritrovamento) della Santa Croce.
Un discorso a parte merita la cappella situata in località Pedras Doladas. Si tratta di una piccola cappella votiva (il cui terreno è stato concesso per la costruzione) sorta nel 1965 e dedicata alla Regina di Tutti i Santi, eretta per l'appunto a Pedras Doladas, la località in cui fu trovato il suo simulacro. Ha la forma di un abside, con un altare in marmo e una nicchia ricavata nel muro per contenere la statua portatavi in processione il giorno del 12 settembre. L'intera struttura è unicamente delimitata da un semplice cancello in ferro.
Fonti:
"Scano Montiferro - Ambiente - Storia - Tradizioni" a cura delle Scuole Medie di Scano Montiferro - Anno scolastico 1987-1988;
"Scano di Montiferro - Realtà e Prospettive" di Maddalena Dettori;
Profilo Facebook di "Antoni Flore Motzo".